VITA D'HOTEL




Emergenza alberghiera e la coscienza del settore

Dicembre 2020


Emergenza alberghiera e la coscienza del settore

Durante questi ultimi desolanti mesi, soprattutto nel settore turistico-alberghiero, abbiamo dovuto assistere ad episodi di inadeguatezza e impreparazione su diversi fronti.
Da parte delle istituzioni, purtroppo, ne avevamo avuto conferma già dall’estate, con la pressoché inesistente attenzione alla situazione di emergenza e il continuo ignorare svariate comunicazioni ed email da parte di addetti del settore (di cui anche noi personalmente siamo testimoni).
Una situazione di immobilità resa ancora più assurda dal Bonus Vacanze, che già detto così sembra una barzelletta, senza considerare le modalità di recupero degli importi da parte degli albergatori e l’aggravante nella gestione operativa da parte di addetti front office o booking che si sono dovuti cimentare nello spiegare agli utenti che non era possibile prenotare sulle grandi agenzie online che già si beccano commissioni a due cifre scrivendo nei commenti “saldo con bonus vacanze”.
Situazione di poca chiarezza per i consumatori e di amletico dubbio per gli albergatori, sulla convenienza o meno di aderire all’iniziativa. Inutile dire che il tutto è stato un enorme flop.

Dopo una stagione quindi disastrosa, ci siamo trovati a fronteggiare la fatidica seconda ondata con nuove limitazioni e restrizioni, soprattutto in Lombardia, ormai zona storicamente rossa. Fin qui niente di nuovo.
Quello che ci ha trovato più impreparati è stato scoprire di vivere, in questo momento, in una delle due province più colpite d’Italia (insieme a Varese). Como, una città e un territorio che negli ultimi anni hanno vissuto una crescita incredibile a livello turistico, in termini di internazionalizzazione, richiesta e offerta di strutture ricettive.
Appurato ciò, ci ha stupito la notizia che a Como, a differenza dei cugini di Varese, non ci sia stato per lungo tempo nessun hotel pronto ad ospitare i malati di Covid. Detto questo, lungi da noi giudicare, ognuno a casa propria decide chi far entrare e chi no, quindi evitiamo inutili buonismi che non ci appartengono: sinceramente mi sarei aspettato una maggiore adesione a questa iniziativa, per diversi aspetti.

In primis dal punto di vista umano. Sappiamo bene che quando le istituzioni arrancano e non sono in grado di arrivare (causa incapacità ma anche mancanza di fondi), nei casi di emergenza è la comunità a dover intervenire, almeno cercando di arginare il problema. Siamo davvero così chiusi ed egoisti da non pensare che aiutando gli altri aiutiamo anche noi stessi nel combattere la diffusione del virus e quindi nel tornare alla vita di prima, con conseguente riapertura dei confini e ripartenza del turismo? Domanda retorica.

Le strutture, inoltre, sarebbero occupate da persone sofferenti, che non stanno passando un bel periodo e non godono di ottime condizioni fisiche e psicologiche, in quanto lontani dagli affetti e sentendosi sempre un po’ messi ai margini. Svolgere la quarantena in una camera d’albergo potrebbe donare lieve sollievo a queste persone, che ricordiamo sono del tutto autosufficienti, asintomatiche o con pochi sintomi (l’unico loro problema è quello di svolgere l’isolamento a domicilio, perché convivono con altre persone in pochi locali o hanno in casa persone fragili che potrebbero essere contagiate).

Consideriamo anche l’aspetto economico: per questo servizio la ASST eroga, da verificare le modalità, 85€ a persona al giorno, in camera singola o uso singola. 85€ in un periodo di bassissima o nulla occupazione potrebbero comunque generare del revenue. Certo, in base alla struttura e in base ai servizi offerti, da questi 85€ si dovrà scorporare una quota Food & Beverage: ovviamente sarebbe diverso che fare un’analisi di food cost puro, come si fa durante la stagione, ma neanche i pasti sarebbero come quelli offerti durante la stagione, soprattutto considerando le abitudini alimentari di un malato che di solito non mangia la carbonara, ma pasti leggeri.
Consideriamo pure un guadagno limitato, ma rifacendoci ad un proverbio delle nostre parti, siamo convinti che piutost che nient, l’è mei piutost.

Non per essere cinici, ma mettiamoci anche l’aspetto marketing. Non prendiamoci in giro, se sei una delle prime strutture ad aderire all’iniziativa, ad agire positivamente per il territorio e la comunità, prima o poi avrai un tuo ritorno di immagine. Nonostante questo assioma, leggiamo da alcuni che il fatto di aderire alla proposta proponendosi come Covid Hotel viene definito un danno d’immagine. Onestamente un danno di immagine potrebbe essere il contrario, ossia non farlo chissà per quali ragioni. Crediamo che, chi in questo momento parla di danno d’immagine, avrebbe dovuto aprire una fabbrica di cemento, non un albergo.
Chi apre una struttura ricettiva decide di dare una connotazione e uno stampo di ospitalità alla propria azienda, altrimenti vuol dire che ha sbagliato settore. Motivo per cui molti hotel -forse- fanno la fine che fanno.

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Stefano








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